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La palla è tonda

L’inerzia della partita maledetta si intuisce con facilità. Quando il giocatore deputato ai miracoli fallisce di poco il colpo di tacco sotto rete (quello che entra nelle sigle televisive), sai, 9 volte su dieci, dove si andrà a parare. E, infatti, la squadra avversaria segnerà subito dopo, con l’unico tiro dell’intera gara. Successivamente non basterà la reazione veemente: il pallone attraverserà ripetutamente lo specchio della porta avversaria – a pochi centimetri dalla zampata risolutiva – mentre pali e traverse strozzeranno in gola l’urlo liberatorio. Non servirà nemmeno il guizzo di fantasia dell’allenatore. Stravolgere l’assetto tattico della squadra, alla ricerca dell’agognata rimonta, risulterà inutile: è una partita maledetta; meglio mettersi l’anima in pace e accontentarsi, se si spezza l’incantesimo, almeno del punto che smuove la classifica. Come se non bastasse, cinque minuti dopo il fischio finale, mentre rimugini sulle conseguenze per il prosieguo della stagione, arriva una telefonata: sono i tuoi amici e, tra strepiti, urla e sfottò, ti comunicano di una vincita di qualche migliaio di euro favorita, guarda tu, proprio da quella partita. Non avendo partecipato alla scommessa, crolli sul divano in preda a torbidi pensieri. Capisci che il dio del calcio, a differenza di Moggi, è crudele, ineffabile e beffardo: incapace, perfino, di concepire una decente legge di compensazione.

Pubblicato il 16/2/2009 alle 10.58 nella rubrica Diario.

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