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Appunti sul polsino


Diario


31 ottobre 2006

No smoking

Indulgere al vizio del fumo – con un sovrappiù di senso di colpa, come nel mio caso – equivale a mentire a se stessi
a celare nelle volute azzurrine di una sigaretta
(e nella variante dei cerchi in aria, che pure mi vengono belli corposi) 
un proprio grado di inattualità.

 




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30 ottobre 2006

F for Fake

Il 30 ottobre 1938, il ventitreenne Orson Welles terrorizzava l’America presentando nel corso della trasmissione musicale Mercury Theatre on the Air un adattamento radiofonico del romanzo di fantascienza “La guerra dei mondi”. Poco convinto del materiale a disposizione, a suo giudizio noioso, il futuro regista del quarto potere presentò gli eventi, l’atterraggio di astronavi marziane a Grovers Mill, nel New Jersey, come un notiziario speciale che a tratti si inseriva sugli altri programmi del palinsesto. Nonostante i preavvisi, forniti anche nel corso della trasmissione, molti credettero alla vericidà della narrazione: “Furono le dimensioni della reazione ad essere sbalorditive. Sei minuti dopo che eravamo andati in onda – rivelò lo stesso Welles in un libro intervista di Peter Bogdanovic – le case si svuotavano e le chiese si riempivano; da Nashville a Minneapolis la gente alzava invocazioni e si lacerava gli abiti per strada. Cominciammo a renderci conto, mentre stavamo distruggendo il New Jersey, che avevamo sottostimato l’estensione della vena di follia della nostra America”.

                                                           




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26 ottobre 2006

Relazioni prospettiche

L’atmosfera, il pathos, più o meno riuscito, di una scena dipende tutta dal posto in cui metti la macchina da presa. Non ricordo se a svelare questa semplice verità (fin troppo semplice, a prima vista) sia stato Orson Welles o Alfred Hicthcock; fatto sta che una delle peculiarità della settima arte, la cifra stilistica che distingue un autore da un altro, risiede proprio nella prospettiva in cui lo spettatore si trova a osservare gli eventi raccontati. Questa massima, fatte le debite distinzioni tra forme espressive differenti, mi sembra valida anche per la letteratura. Si prenda in mano un libro di Dostoevskji: il lettore, nelle sue pagine più potenti, osserverà in un primo piano leggermente deformato, quasi a portata di mano, personaggi giganteschi come Stravogin o Ivan Karamazov che, con la confessione delle proprie aberrazioni, agiteranno i grandi tema della vita. In Guerra e Pace, invece, egli sarà catapultato su un altipiano (o su uno scalone) e osserverà il campo lungo di una battaglia (o di un ballo) per poi registrare la zoomata sui destini particolari di un principe Bolkin o di una Natasha. Oppure Flaubert, che rinunciando di fatto alla teatralità guiderà l’occhio dello spettatore/lettore con distacco documentaristico su oggetti, tonalità degradanti, minimi particolari capaci di illuminare il tutto dell’esistenza. Stili differenti dunque (tra tanti possibili) che però conservano un elemento comune: la separazione, netta, del ruolo lettore/personaggio. Per essere più chiari, e portando a fondo il parallelismo scrittore/regista, nei casi precedenti non c’è nessun J.P.Belmondo che, rivolgendosi direttamente allo spettatore, come avviene in Fino all’ultimo respiro di Godard (e come succede, su un altro versante, in certo sperimentalismo teatrale che tende all’interattività con il pubblico), rompe l’incanto della finzione mimetica procurando quella sensazione di straniamento che illude (ennesimo paradosso dell’arte) di essere insieme a lui, proprio lì, in quel preciso momento. Questo particolare stato d’animo, in un libro, e con un artificio tecnico più discreto, l’ho provato solo con le Amicizie Pericolose, ineguagliato capolavoro del libertinismo settecentesco. Romanzo epistolare, scritto da un generale napoleonico morto a Taranto, Les liaisons dangereuses riescono a trasmettere, narrando la vicenda di due ex amanti, il visconte di Valmont e la marchesa Merteuil, in preda a un vero e proprio delirio di onnipotenza,  il senso più compiuto della propagazione del Male nella vita. Ciò avviene non perché una particolare fascinazione carismatica, indotta dalla scrittura, permetta la percezione mimetica della malvagità (come succede ad esempio con lo Stravogin dei Demoni) ma per il semplice motivo che quest’ultima viene vista dallo stesso angolo visuale – si potrebbe dire in soggettiva – di chi la compie. Intercettando le missive degli altri protagonisti – questo l’artificio di cui si avvale De Laclos per creare un ribaltamento prospettico più unico che raro nella storia della letteratura –  i perfidi Valmont e Meteuil , infatti, non solo cominciano a giocare, per puro piacere, una perversa partita a scacchi con la vita altrui ma creano una frattura, un doppio livello di consapevolezza, tra chi è a conoscenza  della verità (Valmont, Merteuil, il lettore) e chi invece (tutti gli altri personaggi) è solo, suo malgrado, inconsapevole pedina che viene manovrata. È da quel momento esatto, quasi a metà del libro, che si instaura, in virtù del proprio ruolo di lettore, una indissolubile complicità con gli agenti del vizio di cui si seguono passo passo tutte le tappe fino alla catastrofe finale. Considerata opera amorale fin dal suo apparire, Les liaisons non scandagliano dunque la negatività della vita in senso verticale ma la accompagnano orizzontalmente proprio grazie alla traslazione dei ruoli che Laclos riesce a compiere. Un resoconto sulla superficie del peccato (se è lecito usare questa categoria) che come solo sa fare la grande letteratura riesce a illuminare il suo contrario. Per Claudio Magris, ad esempio, sono opere come queste e non i romanzi sentimentali “a narrare l’intensità, lo smarrimento e anche la tenerezza dell’amore”. Ma questi, dovrebbe essere ormai chiaro, sono solo punti di vista. 




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25 ottobre 2006

Anni Novanta

Totalitarismo o democrazia, Sartre o Camus, Coppi o Bartali. Il Novecento potrebbe essere letto anche come il secolo del dualismo irriducibile, il tempo in cui le scelte di campo definivano un'appartenenza di tipo antropologico. Raggiunta la soglia minima di coscienza quando i giochi erano per lo più già chiusi, mi sono sottratto nemmeno io alle decisioni dirimenti che l'epoca imponeva: tra Oasis e Blur preferii da subito questi ultimi. 



 




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24 ottobre 2006

Profumo di Margherita

Ci vorrebbe il naso di un Jean-Baptiste Grenouille applicato alla critica letteraria. Questo ho incominciato a pensare all’ennesima rilettura de Il Maestro e Margherita, quando, dopo le prime due pagine, l’odore di un succo di albicocca caldo si è trasferito dalla Mosca degli anni trenta alle mie narici postmoderne. Il passo succitato, va da sé, mi aveva sempre colpito per la sua forza evocativa (il gorgoglio del liquido che riempie un bicchiere, la schiuma che si forma agli orli, il profumo di barbiere che comincia a spandersi per l’aria); solo in quel momento, però, ho carpito uno dei segreti dell’arte bulgakoviana: la sua capacità, si potrebbe dire magica, di materializzare gli odori attraverso l’uso della parola. Proseguendo nella lettura, solo per limitarsi a qualche esempio, il vosto naso potrebbe imbattersi anche in uno strano miscuglio di acqua di rosa e cuoio che procura una terribile emicrania a Ponzio Pilato, nell’olezzo di cucina proveniente da un ristorante in voga negli anni della Nep o, più semplicemente, nella fragranza di un mazzo di fiori portato da Margherita. Singoli episodi, certo, frutto dell’inconsueta forza espressiva dell’autore, eppure capaci di aprire un nuovo mondo alla mia sensibilità di lettore non professionale. Chiuso il libro, infatti, mi è balenata l’idea che ogni opera letteraria, indipendentemente da ciò che descrivono le parole, possieda un proprio inconfondibile odore, un aroma frutto dello stile, del tono, del linguaggio, delle suggestioni che mette in moto. E la puzza di zolfo proveniente da Il Maestro e Margherita ne è stata la prova provata; non tanto perché buona parte del racconto narra le mirabolanti avventure del diavolo Woland e del suo scarmigliato seguito ma perché la sua complicata struttura altro non è che un riuscitissimo spettacolo pirotecnico, un music hall che tenendo insieme il terreno e l’ultraterreno lascia, quando l’occhio della mente è sazio d’immagini, l’odore acre dei fuochi d’artificio. Individuata la prima traccia olfattiva, ho cominciato, allora, ad annusare i miei volumi scoprendo di possedere una vera e propria collezione di essenze: l’umido muschio di Cime Tempestose, la vaniglia delle Relazioni Pericolose, le dolci arance del Don Giovanni in Sicilia. E poi la canapa di Burroughs, la benzina di Kerouac, certi incensi di Hesse. Tutto un mondo magnifico, insomma, che se non fossi un accanito fumatore potrei godermi senza allargare a dismisura le narici.




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